Storia di Quindici (Origini )
Di Domenico Amelia
Una leggenda malevola
Roma, la capitale d'Italia e, prima ancora, la capitale di uno dei più grandi imperi di tutti i tempi, madre e maestra di tanti popoli, non ha un'origine certa. 1 Romani, giunti al fasto della loro potenza, ricorsero alla leggenda di Romolo e Remo per spiegare le origini ed il toponimo di Roma. Qualcosa di simile ‑ se è lecito paragonare le cose piccole con le grandi ‑ dev'essere avvenuto con la denominazione diQuindici Quasi a voler giustificare le faide paesane tra famiglie ed il posto preponderante che Quindici ha avuto nelle pagine di cronaca nera dei tempi passati (1), si ricorse alla leggenda di "Quindici" briganti che trovarono rifugio in queste montagne e fondarono ‑ o diedero il nome ‑ all'attuale Quindici. Si è fissato perfino la provenienza e l'epoca dei briganti ‑ fondatori di Quindici: da Amalfi, al tempo della gloriosa repubblica marinara. Ma è proprio quest'aggancio della leggenda cattivella di Quindici ad Amalfi che rivela la piena infondatezza della "diceria". L'agglomerato etnico col nome di Quindici è di molto anteriore ai gloriosi fasti della Repubblica di Flavio Gioia. Con questa siamo verso il Basso Medioevo, secoli X‑X1; con Quindici dobbiamo con sicurezza spostarci in su, all'indietro neisecoli, all'epoca romana e, forse, per le prime origini, anche ai secoli pre‑romani.
Insediamento umano a Quindici
Dividiamo la questione delle origini di Quindici in due parti: nella prima cercheremo di individuare l'epoca dei primi insediamenti umani nel territorio sul quale sorge ora Quindici; nella seconda cercheremo di precisare la data storica in cui è sorto il toponimo di Quindici.Quanto alla prima parte potremo rimandare al libro dei concittadini quindicesi Umberto e Andrea Santaniello, intitolato Il Ponte. Quindici e il Vallo dì Lauro fra antico e moderno", edito a cura della Nuova Libreria Russomanno, Avellino, 1985.In sostanza vi apprendiamo che fl territorio del Vallo di Lauro, di cui Quindici è uno dei più numerosi agglomerati umani, sito com'è al centro della "Campania felix", per la mitezza del clima, la fertilità del suolo, l'abbondanza di sorgenti d'acqua e la ricchezza ‑ in antico ‑ della fauna, non poteva non essere abitato fin dai tempi remoti. Questo territorio, dove secondo scrittori latini, si godeva un'eterna primavera, garantiva desiderabili e ricercate condizioni di vita, onde non è per niente azzardato affermare che in esso, come già appurato per le confinanti aree nolana e sarnese, ci s a stata la presenza umana fin dall'età dei metalli, già prima del secolo X a.Cr.
Poco o nulla si sa di questi primi abitatori del Vallo di Lauro, ma è storicamente accertato che i primi popoli conosciuti, che si siano insediati quivi, furono via via, nell'ordine, gli Ausoni, gli Opici, gli Osci, gli Etruschi, i Greci, i Sanniti e infine i Romani. Questi conquistarono l'area nolana, di cui il Vallo di Lauro è da sempre espansione geofisica di sud‑est, nell'anno 312 a.Cr., durante la Il guerra sannitica.
Le varie etnie succedutesi nell'egemonia della zona seppero fondersi e amalgamarsi, così la civiltà dell'una divenne la civiltà dell'altra, fino alla completa romanizzazione con gli ultimi occupanti.
IL TOPONIMO DI QUINDICI
Non è dato ancora conoscere, caso mai l'abbia avuto, il primitivo toponimo che i vari popoli pre‑romani davano all'insediamento umano sorto nel territorio del l'attuale Quindici. Quello a noi noto è "QUINDECIM
Quindici" ed è di chiarissimo origine romana. Libero ognuno di pensare diversamente, il toponimo latino di "Quindecim" italianizzato, come il corrispondente numerale, in Quindici, dovrebbe risalire alla fine della Il guerra sannitica, precisamente verso il 312 a.Cr. quando il dittatore romano Caio Petelio con Marco Folio, maestro della Cavalleria, conquistò Nola col circondario (1), sottraendoli al forte dominio delle genti del Sannio. I Sanniti si diedero allora vinti ma non si sentirono piegati né mostrarono di volersi rassegnare alla perdita di un territorio così mite e fertile nel cuore della "Campania felix onde i Romani furono costretti, come del resto era loro pratica usuale con i territori occupati, a porre dei presidi militari in zone strategiche del territorio. Uno di questi presidi fu ai piedi delle montagne che sovrastano e circondano Quindici, qualche miglio al di sotto della consistente sorgente acquifera locale. La zona non era affatto disabitata; vi erano senz'altro delle case coloniche o aziende agricole a conduzione familiare, sparse un po' dovunque. Resti di antichissime costruzioni con una ricchezza straordinaria di cocci, tegoli e soprattutto di colossali dollii (3) sono venuti in luce in un arco di spazio che va dalle falde della collina di S. Teodoro fino alla zona di S. Lucia (4). Contadini che nello scavare fosse per interrare nuove piante si sono imbattuti in grossi vasi o altro materiale archeologico, si contano a decine. Più precisamente, nel corso del 1988, su indicazioni di alcuni contadini e con la collaborazione di alcuni giovani quindicesi sono stati effettuati dall'autore di questo scritto tre scavi in altrettante zone della campagna di Quindici. Sorprendenti sono stati i risultati. Nel primo scavo infatti, effettuato nella zona detta "Scala Santa" venne alla luce un mucchio di cocci appartenuti ad un medesimo dolio di grosse proporzioni. Nel secondo scavo nella zona di S. Michele, risultarono diversi reperti: innanzitutto cocci in quantità rilevante provenienti da tegoli rotti, embrici e dolii; su due frammenti di tegoli si legge, chiarissimo, perfino il bollo laterizio, scritto in latino su due righi:
'A APULEI
PRUDENTIS"
(Officina) di A(PPIO) APULEIO PRUDENTE".
I suddetti frammenti con altro materiale vario, esposti ora in bella mostra nel Museo Parrocchiale di Quindici, dimostrano a usura il carattere romano dell'insediamento. Il che è confermato dal successivo rinvenimento di un'intera villa rustica, di evidente epoca romana, con intonaci rossi e pavimento in coccio pesto: senza dubbio un'azienda agricola dell'epoca. Attualmente giace sotto diversi strati di terreno, di cui due di chiara origine vulcanica. Il primo strato è dato dalla ben nota cenere dell'eruzione vesuviana del 79 d.Cr. ‑ quella che seppellì Pompei con Ercolano e Stabia ‑ è spesso oltre 40 cm. e incorpora embrici e travi. Il secondo strato è formato da materiale eruttivo granuloso e saldamente compatto, ben noto ai Quindicesi che lo chiamano ed tuono"; è di più recente formazione, probabilmente risalente all'eruzione del 472 d. Cr. a parere degli esperti. Il terzo strato infine, il più consistente, s'è formato in seguito al lento ma continuo accumularsi di materiali vari. Su questo strato che è quello affiorante, è impiantato un fiorente nocelleto. La villa che vi è sotto mostra inoltre segni evidenti di crolli. Infatti le cavità lasciate nello strato piroclastico dai travi e da altri materiali lignei e gli stessi tegoli si presentano molto scomposti. Il terzo scavo fu effettuato a S. Lucia, zona a chi scrive molto nota e cara ' avendovi trascorso gli anni spensierati della fanciullezza. Qui vennero alla luce gli stessi reperti del secondo scavo. Bisogna però evidenziare due grossi muri, larghi rispettivamente cm. 140 e 120 e lunghi oltre 12 metri. Insieme a questi una ricchezza di reperti: muri con intonaci rossi e alcuni anche bianchi, pavimenti in coccio pesto e frammenti di grossi dolii: il tutto affiorante un po' dovunque. Addirittura un fratello dello scrivente, verso gli anni sessanta, al di sotto dello strato piroclastico, chiamato lí tuono" dai Quindicesi, rinvenne tutto un deposito di grossi tegoli interi dalle dimensioni cm. 50 x 60. Alcuni di questi tegoli figurano ora nel già citato Museo Parrocchiale di Quindici. La zona di S. Lucia, essendo situata sul dorso di una dolce collinetta, non ha subito accumuli di materiale alluvionale, come la zona di S. Michele, per questo le precedenti costruzioni romane affiorano ben in superficie. Non bisogna però aspettarsi un intero villaggio che avanzi dal terreno. Le costruzioni romane, mezze interrate e certo non abitabili, davano fastidio ai contadini in quanto non permettevano una coltivazione facile e razionale del terreno, onde vennero demolite nella parte superiore e in molti casi le pietre di risulta e gli stessi pavimenti in coccio pesto furono riciclati nei muri della chiesa di S. Lucia. L'autore di queste pagine ha personalmente recuperato pezzi di dolii impiegati nei muri della casetta rustica di un suo cugino e altri incastrati in muri a secco esistenti nella zona. Infine nell'anno 1948, sotto gli occhi e con la collaborazione dello scrivente fu demolito interamente un antichissimo muro romano e le pietre ricavate furono riutilizzate per la costruzione delle pareti del Lagno di S. Lucia('). Infine, nel mese di aprile di quest'anno, 1990, lo scrivente ha rinvenuto e recuperato vistosi e abbondanti frammenti di dolii e di tegoli romani, che erano stati riciclati nei muri della vecchia chiesa di S. Teodoro Da quanto esposto si può ben dedurre la totale romanizzazione della zona a partire dalla conquista romana verso la fine della seconda guerra sannitica. Ora dall'antichità troviamo quest'agglomerato urbano indicato col numerale latino "Quindecim". Per vero il primo documento che lo riferisce è del 994 d.C. e si tratta di una lite per un inserteto (1). Si trova l'appellativo "Quindecim" ancora in un altro documento del 1260. In esso è scritto che Riccardo, "comes" di Caserta e di Alìfe, concede facoltà a Giacomo e Ruggiero del Cappellano di Lauro di edificare un molino con torre presso la sorgente d'acqua a "Quindecim". Altrettanto i Parroci di Quindici che hanno redatto i registri parrocchiali, dal 1574 in poi, pur conoscendo il termine Quindècìum, di cui appresso, adoperano, finché hanno scritto in latino, il termine "Quindecim" quasi esclusivamente. Più anticamente ancora, le "Rationes Decimaruin Italie", cioè il libro delle tasse, anni 1308‑1310, riportano costantemente "Quindecim". Gli stessi verbali delle già citate Visite Pastorali dei Vescovi Nolani, ad eccezione della prima che parla di "Quindecium", riportano poi sempre il toponimo comune "Quindecim". Per finire, anche il Dizionario Geografico Ragionato del Giustiniani, anno 1804, dice espressamente che Quindici in latino è scritto "Quìndecim" (e non Quindècium).
Non faccia impressione o difficoltà la presenza del toponimo"Quindeciuni", da alcuni rapportato erroneamente a un Quinto Decìo e che troviamo solo in documenti ecclesiastici e in periodo relativamente tardi. Lo si trova infatti per la prima volta ‑ al genitivo Quindecii ‑ in una bolla pontificia del 1546 e successivamente ‑ e in dipendenza di questa ‑ nella 1 Visita Pastorale del 1553. Siamo nel secolo XVI, in pieno rinascimento e culto del latino. Lo stilista della Curia Papale avrà stimato il toponimo Quindecim usato precedentemente, un'espressione popolare imperfetta e ha creduto opportuno sostantivizzarlo in Quindecium. Fu sollecitato a sostantivizzare Quindecim in Quindecium per ragioni stilistiche e non storiche, in quanto nel testo della bolla occorreva il genitivo e, come sappiamo, l'aggettivo numerale Quindecim non è declinabile (1). Gli sarà sembrato menomare il latino usare come genitivo un termine indeclinabile, quale era Quindecim, ed ecco la soluzione: sostantivizzare Quindecini in Quindecium. Così potette usarne con tutta tranquillità anche il genitivo Quindecii, che non era affatto la fusione dell'accoppiata Quinto e Decio. Sarà l'oscuro cronista della 1 Visita Pastorale (durante la quale risulta espressamente esibita la bolla) a proporre Quindècium. Dal cronista della Visita Pastorale a Remondini il passaggio fu d'obbligo e così Remondini fece sua la proposta dell'oscuro cronista e propose, sia pure nella forma dubitativa, un Quinto Decio come fondatore di Quindici. Remondini poi è stato il punto di riferimento e la fonte di tutti gli storici successivi, i quali hanno ritenuto che la fondazione di Quindici fosse opera di un certo Quinto Decio.
Però nessuno di essi l'afferma con assoluta certezza, bensì con la riserva di un "come di crede". Ma poi nessuno di essi porta un qualche documento antico, o anche recente, a suffragio della "diceria" e ancora nessuno di loro specifica di quale Quinto Decio si tratti, presentando la storia romana più dì un personaggio con tale nome.
Il più accreditato dai cultori di storia patria è Publio Decio Mure, ma questi combatté nella prima guerra sannitica e s'immolò presso Saticula, l'attuale S. Agata dei Goti, e all'epoca della prima guerra sannitica Quindici romana non era ancora sulla scena della storia. Degli altri Decii è inutile parlare perché troppo estranei e lontani dalle vicende del territorio di cui trattiamo. perché già attualmente i raggruppamenti etnici della zona sono sedici e anticamente ce n'era qualcuno in più con Fellino ora incorporato a Lauro, Rayano, sito fra Pago e Visciano e Pagus Capricularius, attestato dal cippo di pietra murato a piano strada in un palazzo di Via Fontana a Lauro.
2) Neanche regge l'ipotesi che indica Quindici come la quindicesìma stazione militare verso il. Sud, lungo le vie consolari, perché le ben note vie consolari passano un pò troppolontano da Quindici.
3) Della diceria di Quindici come culla originaria di quindici briganti amalfitani s'è detto a principio di questo scritto.
Possiamo legittimamente concludere che la fondazione di Quindici coincide con la romanizzazione della zona e risale al tempo della seconda guerra sannitica, 312 a.Cr., allorquando i Romani per difendere il territorio sottratto ai forti Sanniti, vi impiantarono un 44 campo" militare.
Questa ‑del CAMPO" è un'altra prova di quanto stiamo dicendo. La presenza infatti di un campo militare a Quindici è innegabile perché documentata da fonti antiche e di sicura fede storica. Citano infatti il Campo di Quindici i seguenti documenti:
a) Lo statuto della 'Confraternita di S. Maria delle Grazie, risalente ai secoli XV‑XVI. all'art. 8 si fa obbligo agli Amministratori di tenere chiusa a chiave la porta del "Campo".
b) F Scandone riporta una notizia riferita all'anno 1728. Si tratta di una vendita di un po' di legname nel luogo detto "Campo", sito sotto la via di Prata.
Il Catasto Onciario del casale di Quindici del 1754 riporta alcuni terreni siti al "Campo" e specifica che presso il Campo vi era anche un ponte e le "fosarelle" (19.
d) Ancora F Scandone, per l'anno 1792 riporta che il Dott. Fis. Simone D'Amelia e altri compatroni del beneficio della SS. Annunziata in Quindici danno a censo un castagneto sito al "Campo".
Allora ‑ e concludiamo ‑ ferma restando a Quindici la presenza di questo presidio militare, i padroni romani gli avranno dato pure un appellativo per individuarlo. Siccome nella zona c'erano senz'altro delle unità coloniche o piccole masserie, queste dovevano essere ben quindici e perciò il presidio militare di fresca piantagione fu spontaneamente denominato con l'espressione latina "ad quindecim praedia" o "ad quindecim villas" come propone Padre Giovanni Recupito.
Questo avvenne alla fine della II guerra sannitica, 312 a.Cr., quando cioè i Romani conquistarono Nola e la zona adiacente.
1 Sanniti non rientrarono più nella zona, onde la romanizzazione del territorio fu continua, inarrestabile e totale. La denominazione primitiva latina, sorta per indicare il presidio militare, rimase ad indicare tutta la zona, sia pure per facilità di pronuncia, abbreviata nel solo numerale "Quindecim", sostantivato poi nel gergo curialesco del sec. XVI in "Quindecium" e italianizzato in Quindici.
Anche il Guadagni, che pur riporta, come si è detto l'ipotesi di Quinto Decio, antepone alla stessa ipotesi la frase: "Quindici detto così perché principiato con quindici case". Il 27 agosto 1990, quando il presente lavoro già era stato impaginato e pronto per la stampa, si è abbattuto sul mandamento di Lauro un violento temporale che ha causato enormi danni. In località " Colonie‑Giritielli precisamente alla particella n. 170 del foglio di mappa n. 7 del Comune di Quindici, le acque devastatrici del temporale, dopo di aver sradicato decine e decine di piante di nocciuolo e aver creato enormi burroni, hanno portato alla luce un vasto insediamento romano, coevo a quelli rinvenuti nelle località S. Lucia" e S. Michele". Su segnalazione del preside Bruno Donnarumma si sono portati sul posto l'arch. Salvatore Fusco, lo stesso preside Bruno Donnarumma e lo scrivente. Ai loro occhi è apparsa subito una massiccia ed estesa costruzione romana con muri perfettamente ortogonali. 1 pavimenti dei vari vani risultavano tutti in cocciopesto, sparsi su una vasta zona sono stati rinvenuti numerosi frammenti di tegoli, di embrici, di dolii e di vasellame vario. Altro materiale, identico a quello sopra nominato, lo si è trovato giacente al di sotto dello strato piroclastico che noi quindicesi chiamiamo t, tuono" e che, a dire degli esperti, si è formato in seguito all'eruzione del Vesuvio del 471 d. Cr.
Questo nuovo rinvenimento archeologico, venuto alla luce in modo fortuito e in località non sospetta, fornisce un altro contributo all'ipotesi precedente esposta, secondo la quale il toponimo di Quindici sarebbe stato originato da "quindici" masserie o aziende agricole a conduzione familiare.
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