Articolo 1

Restaurata la porta lignea cinquecentesca della chiesa del Corpo di Cristo in Moschiano

 

Osservando un'opera d'arte non ci si accontenta soltanto di considerarne l'equilibrio, l'armonia delle forme, cioè la bellezza estetica che è propria dell'arte.

Ci si chiede pure di conoscerne l'autore, il committente, l'epoca di produzione, ed altro se si vuole indagare più a fondo.

Ma non sempre è possibile una conoscenza completa delle cose; sicché avviene, a volte, che alcuni aspetti si conoscono, che altri si ignorano, ed altri ancora si possono dedurre.

E' il caso della Porta della nostra Chiesa, di cui, a causa di lacuna documentaria si ignora chi sia stato il committente e chi l'artista esecutore, che, all'atto della convenzione avranno pur dovuto sottoscrivere un contratto, il quale non ci è mai pervenuto, almeno fino ad oggi.

Né se ne trova riferimento alcuno tra i documenti d'archivio sia parrocchiale che diocesano.

Di tante ricerche eseguite, un sol cenno si è trovato riferibile alla Porta, ma di data piuttosto recente rispetto alla sua antichità.

Allorché il Parroco della Parrocchia di S. Bartolomeo, Don Carmine Mazzocchi, stilando una relazione sulla Chiesa del Corpo di Cristo, richiesta nel 1829 dal Vescovo Gennaro Pasca, riferendosi alla detta Chiesa scriveva che 'Ia sua porta è di qualche ammirazione e di antichità . Nient'altro.

Così, Don Carmine evidenziava 170 anni fa, succintamente, le due connotazioni essenziali dell'opera; l'ammirazione di quanti la osservavano allora; così come oggi ancora si ammira proprio per essere arte, e il linguaggio dell'arte universale, è armonia che vince il silenzio dei secoli.

Or sono infatti trascorsi 400 e più anni da quando fu innalzata all'ingresso della Chiesa in cui già un decennio prima veniva costituita la Confraternita di Moschiano che, entusiasta della propria istituzione, abbia commissionato la costruzione d'una porta degna e significante nelle sue immagini, il titolo della Chiesa.

E sorse, così, nell'anno 1592, come risulta inciso tra le decorazioni dell'opera stessa, ma per mano di chi o di quale bottega, non ci è noto, e né se di artista locale o forestiero.

Certo è però che anche in zona vi era tradizione d'arte lignea, come è attestato nell'opera dell'Abate Pacichelli “Il Regno di Napoli in prospettiva" ( Edz. 1703 ) ove l'autore, nel descrivere attività, prodotti e personaggi del Marchesato di Lauro, afferma testualmente esservi anche eccellenti " scultori in Legno

Comunque non vogliamo rinunziare alla speranza che prima o poi possa venir fuori qualche utile notizia dallo spoglio di carte antiche che, quotidianamente viene eseguito, dall'archivio diocesano.

Sorse imponente, maestosa e solida dalle mani di esperto cesellatore che tradusse attraverso immagini, nel legno, i misteri della fede e le basi della dottrina del Cristianesimo.

Dottrina raffigurata nei due personaggi di Pietro e Paolo, dalla posa monumentale e severa, portatori eroici fino al supplizio, del messaggio evangelico nel mondo.

Le immagini del Cristo Risorto e del Cristo della Passione racchiudono i più alti misteri della fede.

E quel fiotto di sangue che sgorgante dalla mano destra di Cristo, scorre nel calice ai piedi dell'immagine stessa, è viva simbologia eucaristica che richiama alla memoria quegli angeli in volo, della Crocifissione di Giotto, i quali raccolgono il sangue del Crocifisso in coppe dorate.

Nelle due formelle in basso si completa la simbologia eucaristica in cui affiora l'ostia sul calice, fiancheggiata da due teste angeliche che si levano su classici elementi ornamentali.

Il tutto, adorno di raffinati intagli, e abbellimenti in rilievo che rievocano il modello delle decorazioni a grottesche già entrate, all'epoca, nell'esperienza pittorica del nostro territorio.

Ogni porta di Chiesa, nella sua simbologia, è punto di passaggio da un mondo all'altro; essa immette nel sacro lasciando dietro il profano.

1 grandiosi portali delle cattedrali raffigurano nel timpano il Cristo in gloria, il quale per mistero della Redenzione costituisce egli stesso la porta che apre al regno dei Beati; anche sulla nostra, figura il Redentore.

E per le secolari vicende da questa vissute, può dirsi porta storica.

Tante generazioni dei nostri antichi sono entrate ed uscite attraverso di essa, sotto lo sguardo di quelle immagini.

Di tante ancora, è stato il primo e l'ultimo passaggio: quello incontro alla fonte al dischiudersi alla vita, quello poi dell'estremo addio che chiude col mondo terreno.

E' questa la nostra porta che l'accurato restauro ha ridato alle sue decorazioni ed immagini, la grazia originaria per mano del valente scultore polacco Zenon Blysz.

Intervento dovuto, e per altro rivelatore di una più autentica lettura dell'opera, sia dal punto di vista stilistico che interpretativo.

La pulitura di sedimenti estranei, accumulatisi da secoli, ha così evidenziato sconosciuti particolari di finezza scultorea.

Sicché oggi l'ammiriamo, così come i nostri Padri l'ammirarono al suo impianto, e con l'orgoglio di aver dato alla propria chiesa una valida opera alla quale vada la nostra venerazione.

Non soltanto perché la porta del tempio, ma perché espressione di arte sacra; e quando l'artista si cimenta in simili creazioni si immerge con lo spirito nel mistero, nel sacro, con cui intensamente partecipa.

A noi, dunque, tocca proteggerla, sentirla propria, come sentita dai giovani della nostra scuola che l'hanno adottata.

E cade qui a proposito un detto dei Goethe, che recita: 'Ciò che hai ereditato dai padri,riconquistalo se vuoi possederlo davver”.

 

Prof. Pasquale Moschiano

 

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