UN ANTICO VILLAGGIO

Che la storia si faccia sulla scorta di documenti e di rinvenimenti è cosa evidente; ma talvolta, anche una testimonianza, pur priva di ufficialità, ha tuttavia un non trascurabile valore. Essa servirà almeno come elemento orientativo per ulteriori ricerche. E’ il caso del nostro santuario della Madonna della Carità di cui ignoriamo l'origine, cioè l'epoca esatta della sua prima edificazion
E’ certo, altresì, che non tutti i santuari sorgono per circostanze miracolose. Non tutti sono destinati ad essere famosi come Lourdes o come Fatima, purtroppo però, quasi tutti i nostri santuari, a sentire le tradizioni popolari locali, sarebbero sorti in seguito ad apparizioni di esseri divini che chiedevano l'edificazione d'un tempio sul luogo dove si erano rivelati alle solite pastorelle. Le sacre leggende antiche, soffuse di mistica poesia, sono senz'altro affascinanti e capaci di rapire la fantasia dei popoli per condurli sognanti nel mondo del mito. Questo accade di solito quando molti secoli sono già passati su d'un fatto per cui la realtà si fa pian piano evanescente fino a confondersi tra le fole d'un sogno. Quando però l'umanità si attacca ai miti per credere, è come colui che non ha volontà capace e bastante di spingersi alla ricerca del vPartiamo dalla realtà e lasciamoci guidare da essa finché è possibile. Verso la fine del secolo scorso, come spesso ci hanno riferito alcune persone di rispettabile età e degne di fede, un eremita della carità, Fortunato Siri­gnato soprannominato « pagliettone » avrebbe eseguito degli scavi molto profondi, nelle vicinanze della chiesa della Madonna della Carità. Da questi scavi sarebbero emersi fondamenta di caseggiati, utensili di cucina, anfo­re, cocci di terracotta e pavimenti rustici sui quali si distendevano e si infiltravano le radici di già secolari castagni abbattuti in quegli anni. Poco lontano dalla chiesa, invece, nella zona detta « Chiana » attualmente proprietà Dalia, furono rinvenute, circa ottantanni fa, delle antiche sepolture in mattoni rossi tra loro incasto­nati e perciò smontabili. Riteniamo senz'altro che si trat­tasse di sepolture di età pagana in quanto contenevano, oltre alle ossa dei defunti, anche qualche tipico oggetto che costituiva il corredo funebre: patere, lucerne.. buc­cheri ecc. Queste sepolture furono scoperte da un ope­raio che scavava fosse per piantarvi noccioli, un certo Ferdinando Santaniello e alla presenza di Domenico Mo­schiano allora amministratore del fondo Dalia. La presenza di questi reperti, stando naturalmente a quanto ci è stato descritto, convaliderebbe l'idea che lassù possa esserci stato, in un epoca molto lontana, un villaggio. Nulla di strano.
In antico si preferiva costruire sulle alture piutto­sto che a valle. E alla nostra collina della Carità non mancavano certo le necessarie condizioni perchè vi po­tesse sorgere un nucleo abitato. La presenza delle sorgen­ti d'acqua, l'amenità del sito, la suggestiva visione del paesaggio che si spazia sui paesi del Vallo di Lauro e che si sperde lontano fino a Napoli, la vista del Vesuvio, al­lora fumante e la posizione in un certo modo strategica, naturale difesa da eventuali attacchi, sono gli elementi che convalidano le nostre supposizioni. Se, dunque, lassù vi fu un villaggio, è naturale che i suoi abitanti, fra tanti bisogni, sentissero anche quello della religione e vi edificarono un tempietto per adorarvi un idolo o una divinità. Ma siamo propensi a credere che già in tempo di paganesimo vi fosse un abitato, proprio per la presenza di tombe pagane cui è stato fatto cenno innanzi; e che la prima divinità di quel villaggio sorto in collina fosse stato proprio un idolo pagano adorato in un rustico tempietto come nume della montagna. Si può ancora supporre che tale villaggio fosse stato in seguito abbandonato per ragioni di sicurezza o per avvenimenti tellurici e che col tempo andasse in rovina fino a perdersene il ricordo. E' probabile che quelle stesse genti del monte si stanziassero più a valle dando origine ad un nuovo nucleo abitato nella zona attualmente detta « Cantero ». Tale nucleo si sarebbe esteso col tempo verso il « Pestiello » che costituisce tuttora la parte più antica di Moschiano. Anche nella zona del Cantero, infatti, sono state spesso rinvenute delle secolari sepolture fondamenta di abitazioni, qualche moneta romana come quella dell'imperatore Vespasiano (1), mai però la sopraintendenza alle antichità è stata informata di questi rinvenimenti.
Passarono gli anni, anzi i secoli. Ad una civiltà ormai scomparsa e sepolta ne successe un'altra, nuova e con idee diverse. Lassù, sui ruderi affogati dai rovi, sulle fondamenta che le radici degli alberi incatenavano come tentacoli, cadde l'oblio. Sotto le erbe, soffocato da parecchi palmi di terra sempre crescente, trascinata dalle piogge, giaceva un piccolo mondo pagano, mentre il Cri­stianesimo aveva già sostituito agli idoli le sue divinità.
Il mondo continuava il suo cammino. Si giunse nel medioevo e il sentimento religioso, inculcato dal Cri­stianesimo, aveva messo radici profonde, anzi, per certi aspetti, nel concetto popolare, degenerò in fanatismo, in superstizione. Fiorivano ovunque leggende sacre, si mol­tiplicavano i visionari e i profeti, si credeva nelle appari­zioni di esseri divini con indiscussa fede. In questo clima di fede e di fantasia insieme, va collocata la leggenda della pastorella.

 

(1) E' una moneta alquanto corrosa dal tempo e dalla ruggine su cui si leggono le seguenti lettere: « IMP CAES. VESPAS AUG » abbreviazioni di Imperator Caesar Vespasianus Augustus, vissuto dal 9 al 79 d.C. Il diametro è di 3 cm., lo spessore, come quello di due nostre monete da 100 sovrapposte. Su d'una faccia è ben visibile la testa dell'imperatore molto somigliante a quella tramandataci dalla iconografia antica, sul rovescio si nota un personaggio seduto a qualche segno indecifrabile

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